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Biella, 1 maggio 2022

Una nuova legge elettorale


È difficile dar torto al segretario del PD Enrico Letta quando definisce il Rosatellum, dal nome dell'ex capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, la peggiore legge elettorale che il nostro Paese abbia mai avuto. Venne pensata per " sbarrare la strada " al Movimento 5 Stelle e per favorire la nomina di parlamentari funzionali ai vertici dei vari partiti. Sappiamo come è finita: il M5S ha ottenuto il 32,7% dei voti e da quelle elezioni è stabilmente al governo seppur con maggioranze diverse.
Con buona pace del Rosatellum. In un Paese normale le leggi elettorali dovrebbero durare nel tempo ed essere votate dalla stragrande maggioranza dei partiti. Non è così in Italia dove per esempio l'Italicun venne votato ponendo la " questione di fiducia" salvo poi essere giudicato incostituzionale in alcune sue parti. Ma, come si sa, Renzi lo aveva pensato in funzione di quelli che riteneva sarebbero stati le " performance" elettorali del suo partito. In quei giorni l'ex segretario dem tuonava contro il potere di ricatto dei piccoli partiti. Anche in questo caso sappiamo come è finita: Renzi nel frattempo è diventato Segretario di un altro partito delle dimensioni di quelli con cui polemizzava, ritenendoli irrilevanti.
In vista delle elezioni politiche del prossimo anno la riforma della legge elettorale è tornata di attualità. Non credo che in una situazione caratterizzata da scenari di guerra e dal rischio di una stag-flazione la questione appassioni l'opinione pubblica, ma il problema esiste. Si tratta di vedere se esistono le condizioni politiche per affrontarlo e, soprattutto, quali siano gli obbiettivi. In entrambi gli schieramenti è sempre più diffusa la consapevolezza che se si dovesse tornare al voto con il Rosatellum difficilmente il Paese potrebbe avere governi stabili, perché durano nel tempo e coesi, perché le forze che ne fanno parte esprimono una visione unitaria circa il modo in cui affrontare i problemi del Paese.
E così per una ipotetica alleanza di centrosinistra dove le divisioni tra i partiti che dovrebbero farne parte sono sotto gli occhi di tutti, ma è così anche per il centrodestra dove è in corso una competizione per la leadership tra la Meloni e Salvini e dove le divisioni sono altrettanto evidenti. Si va quindi facendo strada l'ipotesi di una riforma della legge elettorale con un impianto proporzionale.
Ma come ci insegnano l'esperienza italiana e quella, assai diversa, di altri Paesi non tutte le leggi proporzionali sono uguali. Tutte rinviano " al dopo " la questione della composizione dell'esecutivo che dipenderà dai rapporti di forza politico ed elettorali. Possono però ridurre, oppure, favorire la frammentazione e la proliferazione dei piccoli partiti. Possono riconoscere, oppure negare, il cittadino-elettore di scegliere chi dovrà rappresentarlo in Parlamento. Il primo problema si affronta indicando uno sbarramento del 5/6 per cento a cui sono contrari coloro che, non essendo in grado di raccogliere i voti necessari, vorrebbero ridurlo. Vorrebbe dire che non abbiamo imparato nulla dalla esperienza dei decenni passati. Il secondo reintroducendo la preferenza in modo che l'elettore possa scegliere il partiti ma anche la persona che dovrà rappresentarlo.
Sono due nodi che non sarà facile sciogliere. I piccoli partiti faranno di tutto per tenere bassa la soglia di voti necessari per poter entrare in Parlamento. Mentre l'introduzione del voto preferenza,oltre a rendere più problematica e di sicuro meno certa la elezione dei candidati, impedisce ai partiti di " nominarli" come è avvenuto sinora. Per questo il giudizio su un eventuale riforma " deve essere sospeso ".

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